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donizetti

«“Vidd da Aihlinger in pittura il paese dov’ella nacque, e la cosa mi ha fatto sommo piacere.. la mia nascita fu più segreta però poichè nacqui sotto terra in Borgo Canale. Scendevasi per una scala di cantina ov’ombra di luce mai penetrò...». 
Così in una lettera da Monaco scriveva il 15 luglio 1843 Gaetano Donizetti al maestro Simone Mayr (1763 - 1845), bavarese trapiantato a Bergamo, ricordando l’umile dimora ove nacque il 29 novembre 1797. Pochi vani freddi e bui da dove - continua Donizetti nel messaggio - «gufo presi il mio volo, portando a me stesso or triste or felice presagio», nonostante il padre lo scoraggiasse e gli ripetesse più volte «è impossibile che tu scriva, che tu vada a Napoli, che tu vada a Vienna». In una di queste stanze «trascorre con i fratelli parte del giorno, avvolto in pezze in grumi di lana grezza, stringendo il mattone scaldato nella brace che basta appena a ridurre l’umido del letto. Nella seconda stanza la cantina con il pozzo. Di fronte due piccoli vani: la cucina e la stanza dei genitori, con i più piccini».

Appena fuori porta un «fazzoletto di terra da cui la famiglia ricava un poco di verdura», come annotò Giuseppe Angeloni. I modestissimi genitori, il padre Andrea, sarto poi portiere del Monte dei Pegni, la madre Domenica Oliva Nava, tessitrice, ebbero sei figli (Gaetano fu il quinto), di questi tre femmine perirono in giovane età. A 9 anni Domenico Gaetano Donizetti, tale è infatti il nome di battesimo, venne accettato alle «Lezioni caritatevoli» di musica tenute dal maestro di Cappella Simone Mayr, brillante operista del tempo. In questo periodo abbracciò con profitto gli studi di canto e due anni dopo nell’agosto 1881 diede saggio delle sue capacità nel «Piccolo compositore di musica».

Nell’ottobre 1815 grazie all’aiuto di alcuni benefattori e della Congregazione della Carità di Bergamo fu mandato al Conservatorio di Bologna, dove si iscrisse al corso di contrappunto, diretto da Padre Stanislao Mattei e al corso di composizione di Giuseppe Pilotti. Di temperamento irrequieto, smanioso di apprendere e di fare, Donizetti dopo essersi perfezionato con Mayr nel quartetto e nella composizione di musica sacra e da camera si dedicò alla musica melodrammatica esordendo a Venezia nel 1818 con l’opera «Enrico di Borgogna» scritto da Bartolomeo Merelli, che tuttavia, rivelatosi di mediocre originalità, non ottenne largo successo. Ma i favori dèl pubblico non tardarono a giungere con la «Zoriade di Granata», presentata a Roma, nel 1822.
Da quell’anno iniziò «quel suo prodigioso periodo di fecondità per cui dal 1822 al 1830 scrisse circa ventisei opere» (Bortolo Belotti), tra le quali notevole per una rapida e fluente comicità «L’ajo dell’imbarazzo» (1824), proposta a Roma che riscosse ampi consensi di pubblico e di critica. Nè sono da dimenticare «L’esule di Roma» (1828), «La regina Golconda» (1828). Ma dal 1822 fu sovente anche a Palermo e a Napoli, in quest’ultima città rimase per oltre 15 anni. Il primo giugno 1828 si sposò con Virginia Vasselli di Roma, mettendo così fine alla sua vita mondana. «La tenerezza coniugale, per poco allietata dalla nascita di un figlio, che visse soltanto pochi giorni, non rallentò il cammino del maestro, ormai volto al trionfo» (Bortolo Belotti).
Donizetti infatti nel breve, ma intenso periodo della sua maturità artistica (1830 - 1835) scrisse opere di grande valore che gli diedero enorme fama. Nel 1830 a Milano con l’Anna Bolena, scritta in un mese, stando nella villa di Giuditta Pasta sul lago di Como riscosse i più ampi riconoscimenti che gli permisero di guardare anche ai teatri stranieri. Nel 1831 tornò a Bergamo, l’anno dopo un nuovo trionfo alla scala di Milano con l’Elisir d’amore una parodia della favola di Tristano e Isotta, composta in 14 giorni. Con «Lucrezia Borgia», a Milano nel 1833,6 dal libretto del Romani, realizzò un’opera di grande drammaticità, seguita da «Maria Stuarda» (Napoli, 1834), «Gemma di Vergy» (Milano, 1834). Il 1835 è l’anno del debutto su un palcoscenico straniero. A Parigi il 12 marzo presenta al Théàtre des Italiens l’opera «Marin Faliero» del palermitano Emanuele Bidera, che tuttavia non fu molto applaudita. 

Ma il 1835 è l’anno della sua definitiva consacrazione, ottenuta con l’immortale capolavoro «Lucia di Lammermoor», del napoletano Salvatore Camerano. Composta a Napoli ove era stato chiamato al Collegio di musica per insegnarvi contrappunto, l’opera fu rappresentata al San Carlo il 26 settembre e «da quella sera cominciò a diffondere nel mondo i più sublimi accenti dell’amore e del dolore, a travolgere gli animi in un’onda di melodiosi rapimenti, a commuovere cuori e a spremer lacrime».
Il periodo felice ebbe breve durata. Dal 1836 al 1838 Donizetti trascorse forse gli anni più tristi della sua esistenza, a causa della morte dei genitori, di una figlia e della giovane moglie, ammalata da lungo tempo. Nonostante ciò gli impegni si susseguirono a ritmo incalzante. Instancabile compositore continuò nella scrittura di nuove opere. Iniziò a viaggiare per l’Italia, da Napoli (L’assedio di Calais 1836, Betly 1836) a Venezia (Pia de’ Tolomei 1837, Maria di Rudenz 1838); poi ancora a Napoli (Poliuto 1838) prima di partire alla volta di Parigi nel 1840 ove presenterà due opere importanti acclamate dai francesi: «La figlia del Reggimento» e «La Favorita».
Nell’agosto di quell’anno soggiornò in Svizzera e fece talvolta tappa a Bergamo. Al Teatro Riccardi - oggi Donizetti - venne rappresentato «L’Esule», per l’occasione il maestro aggiunse una nuova aria per celebrare il tenore Donzelli suo amico. E furono giorni di grandi festeggiamenti e non fu certo meno cara al maestro anche una visita a quell’osteria dei Tre Gobbi di tal Michele Bettinelli, in via Broseta, dove egli amava riunirsi con buoni amici, e si dilettava a giocare a bocce. Nel 1842 esordì a Vienna con «Linda di Chamonb». Accolto con gli onori della casa regnante Donizetti venne nominato maestro di Cappella e compositore di corte.
Quell’incarico lo rese degno successore di Mozart. Dopo nuovi viaggi - anche a Bergamo e a Milano - e dopo aver ricevuto varie offerte da Pietroburgo, Dresda, Berlino, Donizetti ritornò alla diletta Parigi ove fece rappresentare il suo «Don Pasquale» mirabile gioiello d’opera buffa, scritto in undici giorni e fu quello il suo ultimo vero trionfo (1843). Seguirono Maria di Rohan (Vienna 1843), Don Sebastiano (Parigi 1843), Caterina Cornano (1844) e l’incompiuto Duca d’Alba. Negli ultimi tempi erano iniziati a manifestarsi i sintomi di una malattia che lo avrebbero portato alla morte. Nell’ottobre 1844 così scrisse: «Ah! non è ver , mentirono! Sì giovin non sono io. Passano i dì del giubilo. Povero cor mio; solo una tomba schiudersi veggio nell’avveni»”. L’anno dopo da Parigi inviò un drammatico biglietto a Teodoro Ghezzi nel quale scrisse: «in prova dell’amicizia ed affezione; che sento per te, ti scrivo tre ore dopo una operazione chirurgica fatta sulla mia coppa, un vescicante, dopo 25 sanguisughe dietro le orecchie, ed altre 20. Ora la mia povera coppa da ieri sera mi fa soffrire.. Soffro! il chirurgo questa mattina scopre, strappa, taglia. Mi tengono a testa.
Quale dolore ! E perchè I miei nervi sono così adirati, cado dal letto la notte, e parmi, che il letto si rivolti sopra di me. Non so se vivo ancora, poichè cado con la testa in giù senza autarmi con le mani, come strangolato. Tengo il servo nella camera a dormire adesso. Ma un lume notturno, e non cado più? No, o silenzio!» Più tardi nel 1840 Donizetti con un inganno venne trasportato nel manicomio di Ivry, quindi dopo che si era sollevato il coro delle proteste degli amici e della gente, venne trasferito in una casa in via Chateaubriand, infine per intervento del governo austriaco e di alcuni bergamaschi potè far ritorno nella sua città natale, ospitato nel palazzo dei Basoni Scotti. Quì morì l’8 aprile 1848. Il suo corpo venne sepolto nella Cappella Pezzoli nel cimitero di Valtesse.
Il 16 giugno 1856 nella Basilica di S.Maria Maggiore venne scoperto alla sua memoria un monumento, opera dello scultore Vincenzo Vela, donato al Comune di Bergamo dai fratelli del maestro, Francesco e Giuseppe; nel settembre dell’anno successivo i resti del Donizetti vennero infine traslati nel monumento funebre assieme a quelli del maestro Simone Mayr. Nel bassorilievo della tomba nella basilica sono rappresentati sette putti (le sette note musicali) mentre piangono la morte del Donizetti e rompono strumenti musicali. In alto la Musica in posizione dormiente e ai suoi piedi un rilievo del volto di Donizetti. Più tardi al grande musicista venne eretto un monumento, opera di Francesco Jerace, inaugurato il 26 settembre 1896 in piazza Cavour: in mezzo ad un laghetto alcuni gradini conducono ad una esedra ove Donizetti rivolge l’ascolto alla sua ispiratrice Melopea.
Tratto da "L'Eco di Bergamo"

 

 
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